Raccolta di studi pubblicati in varie sedi.
G.B. Pellegrini raccoglie, in questi Saggi, quindici articoli sul "ladino", pubblicati in riviste o periodici non sempre di facile accesso. Che l'esigenza di una tale silloge fosse sentita, lo dimostra l'interesse che la 'questione ladina' continua a suscitare non soltanto fra gli studiosi, ma anche nel lettore comune (soprattutto delle regioni interessate), il quale però dimostra in genere una disinformazione quasi totale sugli aspetti più strettamente linguistici del problema. Quanto mai opportuna, quindi, l'iniziativa della Adriatica Editrice di voler offrire anche a un più vasto numero di fruitori uno strumento di riflessione e di studio così importante. Come è noto, il ladino (o retoromancio) venne isolato dal contesto delle altre parlate neolatine dell'Ascoli nel 1873, con l'apparizione dei suoi fondamentali Saggi ladini. La 'scoperta' venne subito accettata e condivisa nell'ambiente scientifico e da allora il retoromancio entrò ufficialmente nel capitolo dedicato dai compilatori di manuali alla classificazione delle lingue romanze. Su questa linea si continuò fino agli anni della prima guerra mondiale, quando qualificati studiosi (citiamo solo Carlo Salvioni e soprattutto Carlo Battisti), misero dapprima in dubbio, per giungere in seguito a respingerla, la teoria ascoliana della unità e della individualità linguistica del ladino, Si può dire che la 'questione ladina' sia nata allora, con la divisione degli studiosi fra ascoliani e antiascoliani: né oggi essa appare risolta, anche se (a differenza di quanto succedeva qualche decennio fa) si è giunti ormai ad una visione più concorde, a dispetto degli 'opposti' schieramenti. A chiarire le posizioni crediamo abbiano contribuito in maniera determinante gli studi del Pellegrini, II quale (ci pare) se non può essere certamente considerato un ascoliano di pura fede, non va inserito nemmeno nella schiera degli oppositori più accesi, come pensa di poter tranquillamente fare qualche sprovveduto. In quali termini si può riassumere allora, la posizione del Pellegrini a proposito del ladino, quale essa emerge da questi Saggi? E', tutto sommato, una posizione (che noi ci permettiarno di condividere) di attesa critica, la quale non si risolve in immobilismo, ma in una attività intensissima volta a chiarire - soprattutto attraverso l'esame del lessico, troppo spesso trascurato - la reale posizione delle parlate ladine in seno alla Romania in generale ed alla Galloromània italica in particolare (si ricordino, a proposito del lessico, i suoi numerosissimi contributi - qui raccolti solo in parte - e specialmente il monumentale Atlante Storico-Linguistico-Etnografico Friulano (ASLEF), da lui diretto). Per il momento, il Pellegrini è giunto a negare l'esistenza di una lingua ladina unitaria (chi d'altronde la conoscerebbe?!): tutt'al più è lecito parlare di un gruppo linguistico ladino (una sorta di "unità superiore", per dirla col Guarnerio, che però l'intendeva in altro modo), in cui il romancio svizzero, il ladino dolomitico (ma anche le parlate ladine del Bellunese) ed il friulano mantengono una chiara autonomia (nonostante la comunanza delle isofone ascoliane), Va poi chiarito il concetto di "lingua", comunemente inteso - in Italia - come antagonista di "dialetto". Se è vero che sul piano strettamente linguistico l'antinomia lingua-dialetto non ha alcun senso, essa tuttavia sussiste sul piano sociolinguistico, dove intervengono cioè fattori extralinguistici (l'esistenza o meno di una koinè, la tradizione letteraria, l'uso e la diffusione della parlata, ecc.): ed anche a questo proposito le favelle delle tre sezioni ladine oggi si pongono - non c'è dubbio - su livelli diversi. Queste sono, in sintesi, le idee conduttrici dei primi sette articoli della raccolta (1. "Osservazioni sul confine del ladino centrale"; 2. "Il confine ladino-venete nel bacino del Cordevole"; 3. "A proposito di ladino' e di `Ladini' "; 4. "Classificazione delle parlate ladine"; 5. "Delle varie accezioni ed estensione di 'ladino' "; 6. "Criteri per una classificazione del `lessico ladino' "; 7. "La classificazione delle lingue romanze e i dialetti italiani"), La seconda parte della silloge è dedicata più precipuamente al friulano (al quale Pellegrini è propenso a riservare una posizione particolare nell'ambito della Romania), guardato però sempre criticamente in riferimento alla 'questione ladina', soprattutto attraverso l'analisi del lessico (8. "Friuli preromano e romano"; 9. "Il friulano"; 10. "La genesi del friulano e le sopravvivenze longobarde"; 11. "L'Atlante storico-linguistico-etnografico friulano"; 12. "Le denominazioni dei 'tagli di fieno' nelle parlate friulane"; 13. "Tra friulano e veneto a Trieste"; 14. "Contatti linguistici slavo-friulani"; 15. "Studi sul friulano"). Resta da augurarsi che G.B. Pellegrini realizzi quanto prima il suo programma di studio organico del lessico lodino, la cui analisi, condotta con l'estrema obbiettività scientifica che contraddistingue l’ultratrentennale, intensissima attività dello studioso, gli consentirà di esprimere un giudizio verosimilmente definitivo sulla discussa 'questione'. Tra le numerose recensioni ai volume, alcune delle queli ricche di utili osservazioni e integrazioni, ricordiamo quelle di J. Kramer, Parole e metodi 6, 1973: 309-312 e Zeitschrift für romanische Philologie 90, 1974: 588-595; di G. Francescato, Zeitschrift für romanische Philologie 90, 1974: 595-600; di V, Pisani, Paideia 29, 1974: 222-223; di V. Pallabazzer, Archivio per l'Alto Adige 68, 1974: 333-337; di P. Benincà, La ricerca dialettale 1. 1975: 567-575. [G.F. RID 2].